Libri a trazione anteriore: “Il dubbio è la tensione che alimenta la vita”

ottobre 23, 2007

Una riflessione dell’amico Michele Trecca sui cinque romanzi della rassegna “Libri a trazione anteriore, 2007”.

Alla fine dell’ultima glaciazione, gli animali di grossa taglia si spostarono verso nord. Alcune specie si estinsero. Molti gruppi umani seguirono i branchi nel loro esodo. Altri rimasero dov’erano e dodicimila anni fa, circa, inventarono l’agricoltura. Dal vicino Oriente, quindi, la diffusero in Europa e, prima di tutto, in Capitanata. Cercavano nuove terre. Arrivarono dal mare, intorno al VII millennio avanti Cristo, attraversarono il Gargano e si stanziarono a Passo di Corvo, a pochi chilometri da Foggia, dove svilupparono un’originale e importante civiltà neolitica. Ogni sfida ambientale pone alla nostra specie l’urgenza di una risposta nuova. La dinamica è la stessa anche in ambito culturale e letterario.Sostiene George Steiner in Vere presenze (Garzanti, 1992) che nella coscienza europea tra il 1870 e il 1930 si è consumata quella «rottura del patto» plurimillenario che attraverso la parola garantiva la verità del mondo. Questa lacerazione – egli dice – «è una delle poche rivoluzioni autentiche dello spirito nella storia occidentale e definisce la modernità stessa». Secondo Steiner – quando Mallarmé afferma che l’unica legittimità della parola fiore è «l’absente de tous bouquets» – egli infrange in modo radicale «l’ordine del Logos», ovvero la tradizionale solidità del binomio nome-cosa, sancendo definitivamente per la nostra sensibilità che il predicato non coincide con l’essenza e che – tradurrà successivamente in fisica Heisenberg – «le relazioni tra questi due termini possono essere enunciate solo sotto forma di immagini e paralleli».
La letteratura contemporanea, dunque, non ha più la forza semantica o potere di rappresentazione di un tempo. La verità, con la maiuscola iniziale, come gli animali di grossa taglia dopo l’ultima glaciazione, si è estinta o è finita chissà dove. Il dubbio è la sfida ambientale della cultura contemporanea, il nuovo stadio dell’evoluzione concettuale della specie. Rinserrate in saperi tecnici e specialistici, la filosofia e le scienze hanno ormai tralasciato quell’«esplorazione dell’essere dell’uomo e del mondo concreto della vita» (Milan Kundera, L’arte del romanzo, Adelphi, 1998, pag. 228) che un tempo era il loro compito. Oggi più che mai, quindi, abbiamo bisogno di romanzi che coltivino la dimensione esistenziale del dubbio, ravvivando con le sue oasi il deserto della verità, come fanno i cinque titoli selezionati per l’edizione 2007 della manifestazione “Libri a trazione anteriore”, organizzata a Foggia dalla Biblioteca Provinciale “La Magna Capitana” e dall’associazione BooksBrothers.

Escluso il cane di Carlo D’Amicis (minimum fax, 2006) comincia con quel dubbio iperonimo, semplice e potente, quotidiano ed eterno, che contiene tutti gli altri: esiste Dio? È un dubbio fondamentale, ma oggi fiacco come un sole in ombra. D’Amicis lo ravviva attribuendolo al vecchio papa morente, quello dell’agonia spettacolarizzata dalla diretta televisiva planetaria. In un momento di tregua dal dolore il vecchio papa chiede alla suora che lo assiste: ma lei ci crede davvero? E quella: si vede proprio che sta meglio, a sua santità è tornata la voglia di scherzare. Macché scherzo: quel dubbio è la verità, ed è tale da impedire al vecchio papa di morire. Il dubbio è la tensione che alimenta la vita.
Un magistrato svolge in terra l’ufficio divino di demarcazione dei confini morali fra Bene e Male. Il correttore di Elisabetta Liguori (peQod, 2007) è una lunga interrogazione a se stesso con la quale un magistrato cerca di capire se la verità mancata dieci anni prima quand’era ancora uditore sia stata colpa di una propria inadeguatezza o se, invece, è la Verità in sé ad essere ontologicamente inaccessibile. La Verità è un vuoto ma “il correttore” insiste e con il proprio esame di coscienza segna il perimetro di quell’assenza. Assedia il nulla, lo serra in una morsa. Umilmente ma con tenacia. Il giallo, dal punto di vista poliziesco, è “inutile”, sottotitolo del romanzo; è fondamentale, invece, in chiave sentimentale come risposta alla domanda sulla qualità d’una vita dubitabonda.
Lo stile è l’autocoscienza sulla quale l’arte fonda la propria legittimità di valore assoluto oltre la sfera soggettiva dell’autore. Le risposte della letteratura non sono mai questa o quella o qui e là nel contenuto ma dappertutto nella musica delle parole.
Escluso il cane è un romanzo scritto dentro un pentagramma che va dalla nota bassa e dolente della fragilità e incertezza del protagonista (Marcello Artiglio, avvocato quarantenne) circa la propria identità (anche sessuale) a quella acuta dell’ironia e della comicità. Il correttore, prima ancora che una storia, è una voce: quella di Antonio, il magistrato, che riesce a sgusciare fra le maglie strette dei «plot panciuti» dei romanzi di genere aprendo il campo della narrazione ad ogni sorta di divagazione.
La musica dei due romanzi è intima e suadente e rende fertile come un limo il deserto della Verità. In Escluso il cane e Il correttore c’è un momento pubblico di confronto (le inchieste e i  processi di Marcello e Antonio) ma anche uno privato: il continuo e serrato dialogo di ciascuno dei due protagonisti con il proprio partner. In essi, quindi, il tormento del dubbio continuamente trasla nel piacere condiviso di un’avventurosa ricerca in se stessi.

Il dubbio non è il contrario della verità, ma un insieme più ampio di possibilità. La verità è esclusiva, il dubbio inclusivo (al di là dell’azione in cui poi inevitabilmente si risolve, con tutte le irreversibili conseguenze e rigidità del caso).
Fex, protagonista del romanzo d’esordio di Sergio Claudio Perroni, è un genio e un cialtrone, non l’uno o l’altro ma l’uno e l’altro: a seconda di chi ne parla, o dei momenti. Non muore nessuno è la saga di sé che Fex, famoso scrittore, ha organizzato prima di sparire nel nulla. Sedici ore di registrazione audio in mano a due segretarie sono quel che resta di lui. Quel nastro, con testimonianze di amici e conoscenti e dichiarazioni proprie, in realtà è ben più di una vita: è tante vite, o voci. Chi legge “erra” dall’una all’altra, danzando senza vincoli nel tempo “fluido” del romanzo, che non è un’autostrada cronologica “da qui a lì” ma tante ipotesi di percorso (anche come registro) beffardamente in competizione fra loro: l’una esclude l’altra, e quanto più la verità s’allontana tanto più s’approfondisce la nostra conoscenza del protagonista. Il dubbio catalizza la libertà di un gioco fantastico nell’operatività di ipotesi che non muoiono mai (come i personaggi di un romanzo: una parola e rinascono).
L’incertezza di sé, il dubbio alimentano il confronto-scontro con la tradizione in Mille anni che sto qui di Mariolina Venezia. Il romanzo è, infatti, una saga familiare, ma raccontata dal punto di vista conflittuale e incandescente di una giovane donna che, scossa dagli sconvolgimenti del costume della nostra storia recente, cerca nel passato familiare una risposta al proprio bisogno di identità. Mille anni che sto qui è ambientato a Grottole, nei pressi di Matera, comincia nel 1861 con l’unità d’Italia ed è la storia a tutto campo della famiglia Falcone, le cui vicende si incastrano con quelle più generali del Paese. Si va, dunque, dall’oro perduto del capostipite don Francesco alle inquietudini rivoluzionarie della piccola Gioia che un secolo dopo fugge di casa per rompere con l’ingombrante passato familiare («…un’unica certezza: suo padre aveva sbagliato tutto. Decise che non sarebbe mai stata come lui, e desiderò una vita che non aveva nulla a che fare con quella dei suoi»). In mezzo, guerra ed emigrazione, fame e ricchezza, scandali, passioni e sentimenti forti.
Mille anni che sto qui rivolge la propria furia iconoclasta anche contro se stesso. È ciò che dice di essere, ma anche il contrario: è una saga ma di poche pagine; ricostruisce un passato che rinnega; ha un’impronta verista ma anche momenti magici e surreali; ha propensione corale ma vibra dell’espressività della prima persona. Il brodo di coltura del dubbio è una ricchezza perenne più grande del valore di ogni scelta: Gioia rompe con la propria storia familiare ma essa ormai è romanzo: è lì, come un’eco di fondo della sua (e della nostra) vita, quale che essa sia.

Volendo alimentare il dibattito, si potrebbe porre la questione in modo alternativo: Cappellani o Saviano? E cioè, cos’è più efficace contro mafia e camorra: la comicità o la tragedia?
Al di là del titolo, Sicilian tragedi di Ottavio Cappellani (si legge “tragedai”) è una commedia, per quanto “nera”. C’è Shakespeare e c’è Tarantino; c’è Romeo e Giulietta sull’asse narrativo portante d’un improbabile tentativo di tragedia con attori del teatro di strada e c’è Tarantino con la serrata stupidità criminale di “ammazzatine” inutili e “innocenti” di assessori alla cultura “sacrificati” come pedoni nel gioco strategico della conquista di terreni con nella pancia il petrolio; c’è il sangue dell’uno e quello dell’altro, ma anche i frizzi e lazzi di entrambi (ovvero, la loro sonora popolarità).
Gomorra di Roberto Saviano (presentato in “Libri a trazione anteriore” 2006) è il dramma dell’apocalisse camorristica con epicentro Scampia e il porto di Napoli ma raggio d’azione il mondo senza confini della nuova economia globalizzata, dalla Cina a Hollywood a Milano. Gomorra è una tragedia, è Antigone. Comincia, infatti, con la tirannide del mercato che nega a dei poveracci quella sepoltura a tutti dovuta: durante uno spostamento, nel porto di Napoli, da un container chiuso male piovono cadaveri di cinesi congelati che – ti viene spiegato – erano stati stipati lì per tornare a casa, finalmente (da vivi, infatti, avevano pagato per essere seppelliti in patria).
Sicilian tragedi e Gomorra raccontano di epoche intere di civiltà azzerate dalla barbarie criminale di questo “reo tempo”.
Cappellani e Saviano chiudono definitivamente la gloriosa tradizione del meridionalismo che legava la specificità del Sud alla sua arretratezza rispetto alle economie industriali moderne. Non c’è alcun divario da colmare. Il Sud non è indietro, ma avanti nel cammino di decadenza dell’Occidente. È dentro i processi più sofisticati di neo banditismo capitalistico. Scrive Saviano: «Tutto quello che si produce in Cina viene sversato qui», a Napoli, capitale mondiale del commercio “equo e solidale” di perfetta integrazione e sostegno reciproco fra il mercato delle griffe e quello dei tarocchi. Da compare Turiddu a mister Turrisi, la sede sociale della mafia di Cappellani è a Londra.
La Magna Grecia è la linea di faglia della deriva contemporanea. La fine è cominciata là dove tutto ha avuto inizio.

Sicilian tragedi e Gomorra sono una risposta forte del letterario romanzesco a questa sfida ambientale poiché affrontano in modo nuovo una questione di sempre oggi ancora più urgente a causa del dominio cinematografico in ambito narrativo.
Il “vizio” è all’origine; il problema, infatti, se lo pose già Manzoni, e cioè: come evitare che un’emotività montante sovrasti e fiacchi la capacità di giudizio morale del lettore? Come mantenere fra i due termini una proporzionalità diretta? La sua risposta la conosciamo: l’invenzione del manoscritto per guadagnare campo alle incursioni “militanti” dell’autore (come con i cori nelle tragedie).
Con l’impatto frontale e avvolgente della sua rappresentazione sincronica, impermeabile o quanto meno diffidente nei confronti di ogni “distrazione critica” dalla dittatura dell’immagine, il cinema ha conferito grandezza epica al Male. Al di là di tutto, passando per lo schermo in un film drammatico, anche se di “denuncia”, un criminale diventa un eroe, per quanto negativo; ciò lo gratifica e alimenta la sua fama. Un mafioso o un camorrista non cercano dalla società l’assoluzione dei propri peccati ma il riconoscimento della loro potenza. Quest’investitura gli serve per rinsaldare il dominio sugli altri ma anche per giustificarsi con se stessi, darsi uno scopo e vincere la paura. La nostra condanna è la loro forza. Scarface è un film di culto fra i criminali di ogni latitudine. Da certi capolavori del cinema camorristi e mafiosi ricavano modelli di comportamento.

Ogni re ha uno scettro. Ciascuno esibisce la propria potenza attraverso dei simboli. Gomorra di Roberto Saviano sputa su quelli della camora con la crudezza dei dati (i camorristi non li racconta, li inchioda nome e cognome ai numeri dei loro crimini); l’espressività del linguaggio la riserva alle vittime. Saviano forza emotivamente la nostra moralità ad un rifiuto frontale, netto. Ci riesce, ma non toglie ai “pesci camorristi” l’acqua in cui nuotano.
Sicilian tragedi di Ottavio Cappellani irride la mafia per le sue patacche griffate che dovrebbero sancirne la grandezza. Ricordare ai mafiosi che al capolinea della loro corsa non c’è che la ridicola pochezza di Turi Pirrotta o del suo nemico mister Turrisi significa disarmarli… o no? Quando eserciteremo la critica del riso nei confronti delle goffaggini kitsch con cui anelano “grandezza” avremo tolto ai criminali l’acqua in cui nuotano. Sicilian tragedi ci interroga sulla nostra capacità di assolvere questo primario dovere civico.
Ma siamo all’altezza? O non riusciamo a sconfiggere la criminalità organizzata perché condividiamo gli stessi valori? E di giorno ci indigniamo quando Saviano ci ricorda quanto essa sia “cattiva” ma di notte sogniamo le patacche ostentate da Turi Pirrotta e mister Turrisi.

I romanzi “a trazione anteriore” non sono mai solo parole, ma sollevando dubbi, anche i più sconvenienti, tengono vivi a tutto campo i giochi della riflessione. (Michele Trecca)

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