Cresce AgoraVox Italia superando, in cinque mesi, il tetto dei 100.000 contatti unici mensili. Il giornale online, nato in Francia quattro anni fa, ideato da Carlo Revelli e diretto da Francesco Piccinini, si sta affermando sempre più come una solida realtà, dando sostanza al progetto di sperimentare anche in Italia delle forme di giornalismo partecipativo che in altri paesi sono già piuttosto avanti.

Da settembre, AgoraVox Italia è a tutti gli effetti una nuova fonte di informazione che si affianca ai media tradizionali. Una fonte che cerca di dare una visione alternativa, dal basso, ai fatti di cronaca, e che, grazie ai suoi reporter da tutta Italia (e non solo), è riuscita a far filtrare quasi 4000 notizie (nelle loro diverse declinazioni: articoli, foto, video, audio) alternative al mainstream. Leggi il seguito di questo post »

Preferisce farsi chiamare «detective informatico», studioso di bufale online, non gli piace la definizione di esperto, scrive sul suo blog Il Disinformatico. Per Paolo Attivissimo, giornalista informatico che vive in Svizzera, è necessario «educare» all’utilizzo di internet.

I blog non piacciono a tutti, c’è chi critica il tipo di informazione che fanno. «Hanno cambiato veste. Il blog all’inizio era nato come diario personale, intimistico. Poi si è capito che poteva diventare anche uno strumento per fare giornalismo.

È il caso per esempio di Salam Pax, il blog che sotto le bombe di Bagdad diventò uno strumento incredibile anche per la stampa. Alcuni scrittori che non hanno un editore o una redazione possono permettersi con poche competenze informatiche di autopubblicarsi.

A volte, però, il blog trascende la deontologia professionale e capisco l’allarme di chi grida alla disinformazione. Però internet è fatto così, l’idea di metterlo sotto controllo è impossibile. Non si può censurarlo, imbrigliarlo, occorre dunque fare opera di prevenzione».

Che cosa significa?
«Significa educare l’utente di internet a capire che il blog non è sempre garanzia di affidabilità. Mediamente nelle redazioni dei giornali c’è un controllo sulla qualità. Occorre spiegare che non tutto quello che si legge su internet è vero e che circolano anche molte bufale». 

Alle giovani generazioni o a quelle prima, meno abituate a internet?
«I giovani cominciano a essere più neutrali. Per le mie figlie di undici anni internet fa parte delle infrastrutture quotidiane come la televisione e il computer. Non è più una meraviglia. Eppure i giovani sono più a rischio di nuove manipolazioni: preferiscono la controinformazione a un giornale tradizionale, un blog a un quotidiano: non devono spendere e con un taglia e incolla condividono l’informazione con gli amici. Inoltre, percepiscono la notizia su internet meno condizionata perché non c’è un editore e chi scrive lo fa per hobby, pensano, quindi è più obiettivo. Ecco l’inganno». Leggi il seguito di questo post »

“Il Tg1 siete voi”. Anche la Rai punta sui contributi generati dagli utenti. In questo caso, dai telespettatori.

ll Tg1 non più solo da vedere, ma anche da fare. Proposte, idee, storie, commenti. Il tema dei filmati non ha limiti. Può essere una festa o una denuncia, un curioso momento personale o la condanna di un sopruso.
  Manda il tuo video   

 Il servizio di Alessandro Cassieri dal Tg del 1 dicembre

Se avessi 21 anni, smetterei di sognare di diventare come Montanelli e Biagi, studierei molto come realizzare una home page, come cambiarla in pochi secondi usando foto o video arrivati da un telefonino e cercherei di fare uno stage di qualche settimana al Guardian, all’Independent o in un giornale locale americano. 

Vittorio Sabadin
L’ultima copia del «New York Times»
Il futuro dei giornali di carta

Donzelli, 2007
pp. 168, euro 15

La mia giornata è iniziata verso le 6.30 accendendo la tv: Obama ha vinto! E’ il nuovo presidente degli Stati Uniti. Bene così mi dico. Questo è il primo passo verso la scomparsa dei politici di scarsi contenuti. We can! Dopo le mie solite due tazzè di caffè, scarico la posta e giro i siti stranieri per leggere i commenti. “Il sogno diventa realtà” scrivono in molti. “L’America cambia pelle”, ecc..

Tornando a me: ho ricevuto una mai di invito da ITS Media che organizza Open Lab: spazi di confronto sulla comunicazione digitale. Il primo incontro (venerdì 21 novembre alle ore 16, presso la sala conferenze di ITSMedia a Napoli, largo Barsanti e Matteucci 53, zona Rai-Mostra)  sarà dedicato a “Giornalisti 2.0”, ovvero ai temi della convergenza tra media e al “citizen journalism”. Chiedono un mio intervento, spero di poterci essere. Magari faccio anche un cenno a Città 2.0.

La settimana prossima ho esami alla Sapienza il 14 (corso Uffici stampa e Urp). Già prenotato il volo: My Air a soli due euro a/r. Il 19 novembre ho un convegno sul giornalismo multimediale a Milano, devo intervenire presentando il mio libro.

Calma e sangue freddo. Spero di fare tutto e farlo bene. We can!

Robin Good (italianissimo nonostante il nome) ha creato un utile e redditizio sito su tutto «quello che ogni esperto di comunicazione deve sapere»; Marco Mazzei, direttore dei contenuti online della Mondadori, parla di «latitanza» e ritardo dell’Ordine dei giornalisti e del sindacato sui temi della comunicazione sul web; Francesco Magnocavalli, che dirige Blogo.it, società editoriale indipendente che riunisce 300 blogger professionisti, annuncia la prima Carta dei diritti e dei doveri dei blogger. Sono alcuni spunti emersi durante il convegno “Giornalismo online, questo sconosciuto”, organizzato dalla Fnsi.

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Un’occasione per presentare i primi dati di una ricerca sul giornalismo digitale avviata da Lsdi (Libertà di Stampa e Diritto all’Informazione), secondo cui oltre il 58% di chi lavora in testate online non ha contratto giornalistico (contro il 41,67 che invece lo ha); il 78,38% svolge lavoro di desk (contro il 16,22% che lavora in esterno). Per quanto riguarda la produzione di notizie, al top della classifica troviamo la cronaca locale (14,94%) e la cultura (12,67%), seguite da politica (10,49%) ed economia (10,13%).

I dati relativi al tipo di contratto «preoccupano il sindacato», afferma Daniela Stigliano della segreteria federale della Fnsi, per la quale comunque «non c’è solo l’online, ma esistono anche piattaforme multimediali. Si parla di integrazione completa delle redazioni, è inutile negare che la tendenza sia questa. Ed è anche la scommessa che ci stiamo ponendo nel tentativo di rinnovo del contratto di lavoro».

Robin Good racconta che il suo sito ha 600 mila visite al mese e un guadagno di 20 mila dollari al mese per la pubblicità su Google (ad sense), ma avverte: «È un business non solido, Google può cambiare le regole da un momento all’altro. Il futuro è nella diversificazione, nella vendita di know how specializzati, dvd, cd rom, nei workshop e teleconferenze».

Una critica all’Ordine dei giornalisti e al sindacato viene da Marco Mazzei, direttore di Mondadori On Line: «Ordine e Fnsi sono stati latitanti su questi temi, occuparsene ora è segno di un ritardo colpevole», dice Mazzei, secondo il quale, tra l’altro, «le regole scritte sull’online non funzionano molto». «Questa ricerca può aiutare molto a capire cosa sta succedendo. La Fnsi sta esaminando l’evoluzione permanente del settore», afferma il segretario generale Franco Siddi, che poi aggiunge: «Noi in questa fase abbiamo qualche priorità, il contratto di lavoro e la nostra natura di sindacato». Ansa